pensieri difficili

ho sempre avuto paura della morte. non sono mai riuscito ad intenderla diversamente dallo spegnimento di tutto. poi ieri. sono andato a trovare la famiglia di claudio. una fitta dritta nel cuore. la futilità degli affetti mi devasta. torno a casa, inevitabilmente colpito, affondato. e ti sento ridere, in bagno, con la mamma e la nonna. io me ne sto seduto a tavola ad ascoltare. ed un pensiero mi attraversa, aprendo uno squarcio nelle mie consapevolezze: ora, proprio ora, me ne potrei andare, sapendoti serena, sapendoti nelle mani giuste. la mamma saprebbe prendersi cura di te. i nonni saprebbero badare a voi. gli amici saprebbero sostenervi. potrei morire. e la vostra vita proseguirebbe, nonostante tutto. il solo pensiero mi solleva. non si spegnerebbe un bel niente. difficile da comprendere, ancor più da far comprendere…

appesiaquelfilo

ovvio che ti turbi. ovvio che poi ti mancano. d’un tratto ti ritrovi senza ciuccio, il tuo fido ed inseparabile ciuccio. il tuo lettino con le sponde, piccolo, verde, intimo, è diventato un enorme lettone ad una piazza e mezza. ovvio che quando passa l’entusiasmo, senza poter capire il perchè, tutto diventa tremendamente complicato ed ostile. sei tesa, ormai lo sappiamo. sempre all’erta a farci capire qualcosa…che se non ce ne fossimo accorti…qualcosa non va.

e poi la mamma. quasi ti fossi accorta di essere parte di lei. e lei parte di te. la annusi, la assaggi, la sfidi, un cordone che va al di là di quel tubicino che vi rendeva un copro unico e che, privandotene, ha rappresentato il primo tragico rapporto con la tua vita laffuori. lei è tutto e rimango affascinato da questo drammatico rapporto: posso inventarmi qualsiasi cosa, ma nulla potrà competere con il filo che vi unisce. ti sembrerà strano, ma tutta questa sofferenza è gran parte del senso della nostra vita. un filo dal quale attingere le nostre idee, le nostre radici, il nostro futuro. ma che in realtà non ci appartiene.

io sono qui. il tuo re. il tuo re pagliaccio. a volte tutto. a volte niente…

Insomnia

Mi giro tra le lenzuola, attento a non fare troppo rumore. Il lieve senso di colpa per essermi lasciato schiacciare dal nervosismo. Non dormi nemmeno tu, e credo nemmeno la mamma. Sono serate complicate, dove è difficile riconoscere il limite tra comprensione ed autodifesa.

Silenzioso, a modo suo, Tez si arrampica per le scale ed invisibile ci gira intorno. Come a controllare se almeno noi siamo riusciti a prender sonno. Nemmeno lui riesce a dormire stanotte, strana notte. Dal buio della  tua cameretta spezi il silenzio con un sottile “mamma…Tez è venuto qui…”; “…dormi tesoro, dormi…” – la mamma…

Lentamente prendo sonno, quando tre sirene distinte, tanto assordanti quanto allarmanti, corrono sotto casa nostra. Anche Tez si allarma, al punto da emettere per ogni passaggio strazianti ululati. 1, 2, 3 ululati! Guardo l’ora, 03:38!!! Com’è possibile? Una congiura! Domani mattina non riuscirò ad alzarmi, già lo so. Forze del male, anime sconosciute, lasciatemi in pace. Lasciate dormire. O sennò MANGIATEMI!!!

Ore 05:48. Sottile e penetrante. Un lieve lamento da in fondo le scale: “Tez…che c’è?”. Gira su se stesso, facendomi capire che vorrebbe tanto uscire: pipì. 1, 5, 8 minuti!!! ma quanto cazzo hai bevuto stanotte?! Ora però basta! Tra poco più di un’ora e mezza è giorno, e non ho ancora chiuso occhio! Forze del male date un senso a tutto questo: torturatemi.

Mi stendo, sempre più attento a non far rumore. Mi copro col piumone fino alla testa. Nessuno potrà minacciare i miei ultimi spiccioli di sonno. Sei sveglia: “Mamma!”. Mi domando chi devo aver ucciso ieri sera per meritarmi tutto ciò. “Che c’è Ali?” rispondo… “NOOOO!!! VOGLIO LA MAMMA!!!!!!!”. Assordante. Probabilmente non ricordo ma ho ucciso qualcuno di molto influente, per meritarmelo…

Ore 05:23. “mamma…posso venire nel lettone?”. Sei già qui, penso tra me e me, devi solo scavalcare… Non so come ma riesco a prendere sonno per qualche secondo. 

Ore 06:04. Un colpo d’ascia dal nulla mi colpisce nel fianco: “ele! stai russando…”

Ore 07:00 Driiiin…

le sue mani

Guardavamo il lento scricchiolare del camino. La sua mano prese la mia apoggiandola al pancione. “Senti?” mi chiese. Sentivo! Ma non era quello il punto. Guardavo la sua mano fare pressione sulla mia. La sua mano. Era la mano di una mamma. Il suo calore. Era il calore di una carezza. Il pancione cresceva. Tu crescevi. Ma le sue mani…le avessi viste prima…anche solo un anno fa. Quanto è cambiata mamma. Quanto sono cambiate tante cose…

dimmi

Metti un teatro; di quelli classici, affascinanti, con le balconate tutto intorno ed un enorme lampadario in stile veneziano che scende sulla platea. Metti sul palco tuo cuginetto, che da lassù recita una parte importantissima della sua prima recita di fine anno: Mago Mirtillo! Metti seduti alle prime file la mamma, la zia, lo zio, la cuginetta più piccola, i nonni…e te, in braccio alla nonna. Metti le luci colorate che si accendono e si spengono; la musica che riempie leggera l’aria e tanti bambini che lassù strillano, saltano e ridono. Metti un applauso che ti distrae e curiosa guardi la penombra intorno a te. Muovi la testa a scatti, attenta a mantenere l’equilibrio, mentre altre cento teste stanno con il naso all’insù ad ammirare i loro piccoli tesori. E metti me, seduto per terra, con la schiena appoggiata al muro, ad un paio di metri da te, con il viso a tratti illuminato dalle luci del palco, a gustare e godere di questo momento. E ora metti i tuoi occhi, che incrociano i miei. E metti la tua bocca che si allarga ed esplode in un narcotizzante sorriso. Metti la mamma, dietro di te, che divertita si gira a guardarmi. Ma come fa a sentirsi brutta? Come posso farle capire che è la più bella donna che io abbia mai conosciuto? Metti tutto questo in una calda sera di primavera. Ora dimmi: come posso non aver paura?

novegennaioduemilanove. part II

…ricordo bene: non siamo entrati immediatamente in sintonia, tu ed io.

Tu, nella tua casetta di vetro, tu così grande, tu così rosa, così silenziosa; eri per me un essere totalmente nuovo per potermi lasciare andare; io? troppo impreparato, troppo poco tempo per elaborare. Oh, noi capricorni…

Poi ti ho studiato, ti ho annusato, tu hai studiato me, mi hai annusato. Ho ascoltato il battito del tuo cuore, il dolce profumo del tuo alito, il soffio del tuo respiro e tu il mio. La tua macchia sul viso come una pennellata di arte pura in un opera già perfetta! Abbiamo chiacchierato un pò, tu ed io, soli, in quella stanza così calda, il lago blu, alle nostra spalle, godeva del bianco sole di gennaio.

La Mamma! Eccola! I baci delle nonne si riversano sul suo letto come la neve sulle campagne di questo inverno così gelido.

Piange, la mamma. Piange di gioia, e un pò di paura, e un pò di dolore.

   “E’ sana?” Ripete. La sua unica preoccupazione!

(Certo che è sana, vorrei rispondere, ed è meravigliosa, ma le parole si strozzano in gola, senza potersi far sentire, soffocate dalla commozione.)

   “…è meravigliosa” rispondo solo qualche istante dopo. E quell’aggettivo, “meravigliosa”, pare stamparsi nell’aria come una convenevole risposta, dettata dall’occasione. Ma era la verità: eri davvero meravigliosa, dolce Alice.

Rimango di nuovo solo, per un breve attimo, il tempo di sistemare mamma nella stanza 320, letto 14, mentre tu dormi leggera oltre quel vetro. Dov’è Alice? Dov’è mamma? Poco più tardi, Si riapre la porta e un angelo vestito di bianco mi invita ad entrare: “prego, ora può entrare…”.

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Entro nella penombra della stanza, fuori ormai è buio.

   “ciao Amore mio…” piango

   “…sei stata bravissima” piango.

E anche questa volta non è un ovvia frase di convenienza. La mamma è stata bravissima: ti ha accudito per 9 mesi dentro il suo corpo, e del suo corpo ti ha protetto e alimentato, coltivando il sogno di vederti nascere con un parto naturale, che non è mai arrivato, e che in pochi secondi si è dovuto trasformare in un ingombrante e doloroso taglio sull’addome. Da lì ti ha messa al mondo. Tanto bella.

Passano le ore; mamma ed io lentamente ritroviamo la nostra complicità, mentre fuori la luna limpida come non si è mai vista, disegna giochi di riflessi nel lago nero. Entri nella stanza, accompagnata da una cicogna che sorridente ti presenta alla mamma. Finalmente vi potete conoscere. Finalmente vi potete annusare. Finalmente.

Non mi resta che andare, con il sapore della gioia negli occhi di mamma. Le altre miriadi di emozioni non le sto a scrivere: troppo difficile farti capire cosa ho provato. Impossibile farlo a parole.

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