aggrappati alla corte dei miracoli

allora facciamo così. ci si vede tutti al parcheggio dell’Ospedale Maggiore Borgo Trento di Verona. se avete la S-fortuna di conoscere qualcuno laddentro si può arrivare dritti dritti al reparto, pecorrendo strette viuzze alberate tra i vari edifici che costituiscono la struttura ospedaliera. fa pure fresco la sotto. arrivati al reparto si salgono alcuni gradini, pochi eminenza, non si preoccupi. comunque una mano gliela posso porgere. anche a lei ministro, non si agiti. si oltrepassano un paio di porte a vetro. alte. importanti. sui muri potremo ammirare insieme alcuni disegni colorati. sì perchè dovete sapere che la dentro ci si entra e non si sa esattamente quando si possa uscire. ammesso che si abbia la fortuna di uscire. allora si cerca di inventarsi qualche attimo di svago. un briciolo di serenità, laddove la serenità sembra proprio non trovare posto. gli stanzoni come vedrete sono camere di ospedali come si concepivano una volta. alte. lunghe. strette. dalle alte finestre si ha un felice panorama sugli alti pini circostanti. sì, le camere sono un pò disordinate ma sapete, qui può essere che ci si trasferisca tutta la famiglia. papà, mamma, sorelline, fratellini. no no, non si preoccupi. non abbassi lo sguardo. sono abituati ad essere osservati così. sono malati. sono malati di fibrosi cistica. e come può notare in linea di massima sono tutti bambini. lei ha figli signor ministro? lei, eminenza certo che no… riuscite ad immaginare cosa voglia dire avere un figlio condannato a morte? no eh? forse no! beh, ognuno di loro difficilmente supererà i 40 anni. lo so. vedo che sta crecando di sforzarsi di non guardare i loro addomi. gonfi? già, gonfi. e le dita? strane vero? si chiamano a “bastoncino”. in se non sono un problema, se non fosse che evidenziano abbastanza inequivocabilmente una infezione ai polmoni. certo. eccezioni ce ne sono. 45, 50 anni. a quel punto non si può che sperare nell’unica soluzione plausibile (per nulla certa), il trapianto dei polmoni. potreste attendere in vano il donatore giusto, pace all’anima sua. potrebbe essere che poco prima (o poco dopo…) arrivi la lettera con la lieta notizia: abbiamo il donatore! difficile anche concepire che la propria sopravvivenza dipenda in qualche modo dalla morte di qualcun’altro. le difficoltà respiratorie le potete notare per conto vostro. e quel lieve fischio che ogni tanto sentite non sono certo gli uccellini la fuori. possiamo uscire ora.

prego prima lei eminenza, dopo di lei ministro, ci mancherebbe. ho preferito non spiegarvi come avviene la morte di ognuno di loro. mi limito a chiedervi di immaginare quel senso di soffocamento che voi provereste nel vedere loro che poco alla volta si spengono, al di là del vetro. che andreste da loro a soffiargli in bocca pur di non vederli andar via così. che non potete fare altro che guardare e piangere.

bene signori. questo è quanto. non posso aggiungere altro. fate quello che dovete fare. dite quello che dovete dire. vi chiedo solo un pò di candore morale, prescindendo per una volta, per quanto vi sia possibile, da ogni vostra bigotta appartenenza o credo…

 

 

Sogni e biSogni

Desiderio di uno sguardo. Desiderio di una voce, di un battito. Necessità di un abbraccio, di un incastro che sbrigli un sentimento, che risvegli l’anima. Il mare si prende gioco di me. Troppo distante l’orizzonte per prenderlo in considerazione, eppure…
Desiderio di un profumo, di un suono, di un tintinnio che mi costringa a voltarmi e ad ammirare in silenzio. Necessità di un sussurro, e del suo contenuto, di un onda che mi investa e mi rovesci. La purezza non é proprietà dell’oggi, evidentemente. Mi accontenterei di un soffio.
Mi interrogo. Che differenza c’é tra un sogno ed un bisogno? Forse nessuna. O forse la loro provenienza. Ma non per me.
Mi aggiungo un paio d’ali, mi tingo di bianco e lascio che sia la corrente, lassú a scegliere la strada da percorrere. Ora…

un luglio non qualunque

Difficile dire la reale portata di quel balcone. Certo oggi, su qualche quotidiano si sarebbe potuto leggere “sfiorata la tragedia”Il caffé é pronto, le bollicine saltellano nei fegati agitati. Qualcuno dice “la realtà non esiste”, avvallando la visionaria teoria di un artista cileno e di tre monete cinesi. Qualcun altro si prepara a rollare la seconda, no la terza, “dai l’ultima”. Qualcun altro ancora, che da quel divano proprio non si schioda e pare non poter cambiare espressione nemmeno sotto tortura. Le lanterne di Rapunzel lasciano intendere che nonostante tutto e tutti il cuore é altrove, a casa con i nonni, ma il resto, tutto il resto, si inerpica in storie e racconti dal lieto fine, a costo di elevare la foga di un voltaggio superiore. Next level! Troppo alto, troppo tardi. Del resto c’é chi l’affitto domani lo dovrà pagare. Uomini e donne, giovani ieri; oggi forse adulti…forse? Il ghiaccio va sbriciolato, tranne quello per terra, che scivola dalle mani, al di là di ogni imperativo dibattito. Le sedie dell’ikea, ma non x tutti; portata massima 100 kg. E chi se la piglia poi non la molla nemmeno a morire.

Sguardi e voci che si intrecciano, e ribollono, nella piú calda notte di un luglio NON qualunque.

 
Ma gli occhi!
Li aveste visti quegli occhi. 
Quantomeno da un altro punto di vista.
Quantomeno dal mio.
L’indignazione la lasciamo ad altri. Qui si arriva a fine mese e poi chissà. 
Davvero! Il fuoco arde ogni cosa, ed il friggere delle paure per chi certezze ormai non ne ha: tutto é un rischioso salto nel vuoto. Un banging jumping tanto insensato ed elettrizzante quanto pericoloso, con i piedi legati, appesi ad un filo del quale ormai non sappiamo piu che farcene.
Quegli occhi che dicono tutto il resto. Sogni e disillusioni per volare oltre, perché mai come ora, quegli occhi si sentono lasciati soli. Il destino non c’entra, e forse nemmeno la fortuna. Qui si tratta di trovare la svolta, da soli, perché quelli là, lassú, una mano mica ce la danno.
La precarietà non é una condizione, ma ormai un sentimento comune, che condiziona progetti e speranze, dal quale proprio non é possibile prescindere.
Quegli occhi le ali ancora non le chiudono, perché qui, cosí, non ci si puó stare, a meno che non ci si lasci schiacciare a terra.
E allora per Dio, NON SPEGNETECI QUELL’ENERGIA!
Perché se un giorno ricorderemo quel balcone, lo faremo sentendo ancora l’elettrizzante entusiasmo che quegli occhi hanno acceso in una torrida notte di un luglio NON qualunque. Nonostante tutto!
 

il resto

ascolto la musica. quella giusta. quella che entra dentro.

penso a noi. a quello che stiamo diventando. guardo nel buio, cercando i miei errori, con la profonda speranza di non far più danni di quanti ne ho già fatti.

un viaggio che ci aspetta, per viverci dentro, per escludere il resto.

già, il resto. come posso fare per limitarne il peso? un tentativo. chissà se basta.

non so.

poi guardo l’orologio. e scopro che il resto è lì, a scandire le mie gioie.

poco. troppo poco. giusto il tempo di una canzone…

libero?

certo a pensarci bene non saprei dire se sono libero. anzì, no: non sono libero! ma non è questo il punto…

ciò che forse manca è la seducente idea che un giorno possa accadere di sentirmi libero.

del resto la sofferenza non la si misura nel numero di lacrime che scendono lungo le tue labbra. sono quelle che non scendono che ne determinano la gravità.

e come puoi sentirti se la scelta che ti viene concessa è tra l’essere mediocre o il re dei mediocri?

c’è qualcosa che non va dentro e fuori me.

…libero pensiero

Libera rivisitazione di un pensiero di Folco Terzani.

Volevamo dimostrare che avremmo dominato il freddo; ed abbiamo inventato il fuoco. Volevamo dimostrare che avremmo dominato il cielo; ed abbiamo imparato a volare. Volevamo dimostrare che avremmo dominato gli animali; e ne abbiamo sterminati a migliaia. Volevamo dimostrare che avremmo dominato il mondo. Beh, l’abbiamo fatto! Ora occorre fare un passo indietro. E dimostrare a noi stessi che il mondo, la terra, il freddo, il cielo, non ci appartengono.