sembra ieri

sembra ieri. un secolo fa. sembra un secolo fa. era ieri. le porte dell’ascensore, la camera 320 – letto 14, il verde del lenzuolo che ti avvolgeva, il rosso dei tuoi capelli. fuori il sole, la neve, dentro il sole, l’amore. ripercorro ogni istante di quei giorni e scopro che propio no!, non ho mai vissuto e forse mai vivrò la mia vita con così tanta intensità, come allora…

disegno

la scelta del giusto colore. con una mano lo scegli, con l’altra togli il tappo e lo tieni stretto, per non perderlo. le labbra si stringono, gli occhi si asottigliano. controlli attentamente ogni movimento della punta sul foglio, per non sbavare, per non uscire dalle linee. curva su te stessa, per promuovere questo tuo nuovo modo di comunicare. il disegno. ti serve, ne senti il bisogno.

foglie, gattini e coniglietti. il sole e i fiori. ti spio mentre la tua concentrazione sta cercando di dominare la tua impazienza. sei davvero l’essere più straordinario che abbia mai conosciuto. 

“faremo la pace mai?”

“crescere è un impresa da grandi”.

l’ho letto stamattina su una pubblicità. mi rendo conto solo ora di cosa significhi. stai attraversando un periodo difficile, si vede, si sente. ce lo comunichi in tutti i modi. cerchi costantemente uno scontro. poi mi chiedi scusa, perchè in fondo capisci che non è giusto. mi chiedi se facciamo la pace, perchè solo così possiamo mantenere la nostra complicità. e ti sforzi per fare sembrare che non sia successo niente, che sia ormai tutto passato, che potremmo riprendere a ridere come prima.

ma quel che più è vero è quello che io non sono in grado di darti. riconosco i miei limiti, e scopro che quella frase non è rivolta a te, ma a me!

aggrappati alla corte dei miracoli

allora facciamo così. ci si vede tutti al parcheggio dell’Ospedale Maggiore Borgo Trento di Verona. se avete la S-fortuna di conoscere qualcuno laddentro si può arrivare dritti dritti al reparto, pecorrendo strette viuzze alberate tra i vari edifici che costituiscono la struttura ospedaliera. fa pure fresco la sotto. arrivati al reparto si salgono alcuni gradini, pochi eminenza, non si preoccupi. comunque una mano gliela posso porgere. anche a lei ministro, non si agiti. si oltrepassano un paio di porte a vetro. alte. importanti. sui muri potremo ammirare insieme alcuni disegni colorati. sì perchè dovete sapere che la dentro ci si entra e non si sa esattamente quando si possa uscire. ammesso che si abbia la fortuna di uscire. allora si cerca di inventarsi qualche attimo di svago. un briciolo di serenità, laddove la serenità sembra proprio non trovare posto. gli stanzoni come vedrete sono camere di ospedali come si concepivano una volta. alte. lunghe. strette. dalle alte finestre si ha un felice panorama sugli alti pini circostanti. sì, le camere sono un pò disordinate ma sapete, qui può essere che ci si trasferisca tutta la famiglia. papà, mamma, sorelline, fratellini. no no, non si preoccupi. non abbassi lo sguardo. sono abituati ad essere osservati così. sono malati. sono malati di fibrosi cistica. e come può notare in linea di massima sono tutti bambini. lei ha figli signor ministro? lei, eminenza certo che no… riuscite ad immaginare cosa voglia dire avere un figlio condannato a morte? no eh? forse no! beh, ognuno di loro difficilmente supererà i 40 anni. lo so. vedo che sta crecando di sforzarsi di non guardare i loro addomi. gonfi? già, gonfi. e le dita? strane vero? si chiamano a “bastoncino”. in se non sono un problema, se non fosse che evidenziano abbastanza inequivocabilmente una infezione ai polmoni. certo. eccezioni ce ne sono. 45, 50 anni. a quel punto non si può che sperare nell’unica soluzione plausibile (per nulla certa), il trapianto dei polmoni. potreste attendere in vano il donatore giusto, pace all’anima sua. potrebbe essere che poco prima (o poco dopo…) arrivi la lettera con la lieta notizia: abbiamo il donatore! difficile anche concepire che la propria sopravvivenza dipenda in qualche modo dalla morte di qualcun’altro. le difficoltà respiratorie le potete notare per conto vostro. e quel lieve fischio che ogni tanto sentite non sono certo gli uccellini la fuori. possiamo uscire ora.

prego prima lei eminenza, dopo di lei ministro, ci mancherebbe. ho preferito non spiegarvi come avviene la morte di ognuno di loro. mi limito a chiedervi di immaginare quel senso di soffocamento che voi provereste nel vedere loro che poco alla volta si spengono, al di là del vetro. che andreste da loro a soffiargli in bocca pur di non vederli andar via così. che non potete fare altro che guardare e piangere.

bene signori. questo è quanto. non posso aggiungere altro. fate quello che dovete fare. dite quello che dovete dire. vi chiedo solo un pò di candore morale, prescindendo per una volta, per quanto vi sia possibile, da ogni vostra bigotta appartenenza o credo…

 

 

bianco candore

il candore del tuo sorriso, illuminato dal riverbero del lago. il vestitino bianco, che con il rame dei tuoi capelli ti avvolge di un aurea senza tempo. ridi e godi del nostro stare insieme, con una serenità che pare davvero provenire da noi, mamma e papà. il caldo dell’estate e la gioia per aver catturato la codina. quante cose insieme. quante gioie da mischiare e rileggere. poi. sei esausta, il tuo respiro pesante mi accompagna per le prime ore della notte. una serata speciale. grazie per la compagnia.

 

trilly

dall’acido candore di un isola, alla normale scansione dei giorni. tutto torna normale ma tu sei diversa. cresciuta certo, ma come. sempre più tu, sempre più piccolo mondo autonomo. e più la tua personalità prende forma, più mi rendo conto di quale complesso meccanismo intrecci esperienze e pensieri nella creazione di una coscienza. un pò tu, un pò noi, un pò tutto quello che ti sta intorno.

meraviglia del mio cuore. ceniamo davanti alla tv (tata lucia capirà) trattenendo l’entusiasmo nel vedere trilly ficcarsi in un mare di guai. ti osservo seduta sul divano, con il sorriso che ti solleva gli angoli delle labbra. la tua schiena, i tuoi occhi. l’unicità di questi momenti non li posso nemmeno raccontare. non capirebbero. in silenzio, sorseggiando l’ultimo bicchiere mi domando se anche questa volta trilly se la caverà…

Su e giú

leggera come l’aria che respiri. Tutto é diverso quaggiú, il mare, il vento, la gente. Ti liberi da ogni limite e come noi ti insinui in ritmi di vita completamente diversi; qui tutto si puó fare, tutto si puó chiedere. Mangi quel che c’é, dormi dove capita, l’acqua del mare ancora non ti convince, ma cavolo se ne fai!
É stupefacente sentirti parte di noi, dentro di noi, in ogni cosa che facciamo. Una nuova macchina ci porta in giro per un isola incantata e ad ogni angolo sorprendente. E tutti quei “gattini”… Forse non ricorderai di essere stata qui, ma quando te lo racconteremo ricorderemo la simbiosi che ci ha unito. Buona vacanza mia piccola viaggiatrice!