imparerò…

Dormi, osservi, piangi, mangi, ridi e tra un verso e l’altro ci fai capire che il posto non ti sembra niente male.

La notte dormi, non subito per la verità; anzi, per la vera verità non è che dormi tantissimo, ma mi piace portarmi avanti, e so per certo che prima o poi dormirai…

Ho aggiunto 2 giorni di ferie per star vicino a te e alla mamma, perchè con la storia del cesareo abbiamo dovuto prolungare il nostro “soggiorno” in ospedale, e grazie a dio: tu devi imparare il mondo ed io devo imparare ad insegnartelo; devo imparare ad accudirti. Devo imparare a metterti il pannolino, fin da subito, perchè la mamma fa fatica ad alzarsi e la sua battaglia con i punti che tirano(anzi con il punto che tira), con le contrazioni che ancora la fanno tremare e con un capezzolo che le fa vedere le stelle, è appena all’inizio. Ma passerà anche questo.

E imparerò! A conoscerti, a conoscere i tuoi tempi, a riconoscre il tuo pianto, a capire che se trattieni il respiro un secondo è perchè stai per piangere e non che cerchi il suicidio.

A farti il bagnetto invece sono un pò un disastro: ti faccio arrabbiare, e tanto, perchè sono lento, perchè ho paura di lavarti troppo, o troppo poco; o troppo sapone, o troppo poco… Perchè mi agito, e mi bagno più io che te, e quando usciamo dal bagno, attrezzata a stanza delle torture, sono sudato e sfinito, e tu piangi, e sei incavolata, con me, si vede… 

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grande festa alla corte del re…

E’ arrivato il gran giorno: le porte del castello si apriranno ad accoglierti e renderti omaggio.

L’ovetto, la tutona (immensa)con i calzari e le manopole, la coperta morbida. Fissa l’ovetto al sedile; sgancia l’ovetto dal sedile. Pulisci la macchina, fai il pieno, dai la biada ai cavalli…

No! non c’è tempo! Di corsa in ospedale. La mamma ha fatto l’ultima visita, le hanno tolto i punti che tirano un pò ma rimarranno, suo malgrado, il più indelebile ricordo della sua nuova vita. Un tatuaggio che le indicherà per sempre le strade che ha dovuto percorrere per arrivare a te, nuova ragione di vita.

La pediatra, rossa di capelli, pure lei, proprio come te, ti trova in perfetta forma: hai perso forse qualche etto, ma, diciamo così, partivi avvantaggiata.

Punteggio massimo: 10/10!

Ci insegnano alcuni trucchetti che ci serviranno una volta a casa, ma per ora poco importa. Quel che conta sarà vederti varcare le soglie del castello.

Si parte. Per la prima volta vedi il mondo fuori; ne senti l’odore, ne scopri la luce, i riflessi, i colori. Il freddo, così ho chiesto che fosse, si è un pò affievolito ed una splendida giornata di sole ti sorride e ti da il benvenuto! Ai lati delle strade la folla festante accoglie il tuo passaggio con il lancio di petali rosa e fiori di campo. Gli uccellini dimenticano il freddo e  si inseguono nel cielo. Scoiattoli e marmotte escono dalle loro tane e si acquattano lungo i fossi per attendere il tuo passaggio. Farfalle dai mille colori si posano sul cofano della nostra macchina e annunciano il nostro arrivo.Colombe bianche si levano nel cielo terso e inneggiano alla pace che per sempre, nel nostro regno, regnerà sovrana.

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Tezzuia, il cane di corte, un pò è entusiasta e un pò no, ben consapevole delle privazioni che il tuo arrivo inevitabilmente comporterà.

Eccoti a casa. Ecco il castello che ho fatto costruire per te.

E questo posto, con te, lentamente, prende luce, prende vita. Ora tutto, o forse niente, ha un senso.

l’italia s’è desta…

Sei cittadina italiana! Non che in questo periodo ne sia particolarmente fiero, ma date le aspettative, se davvero dovrai salvare la terra dai malfattori, bisognava pur partire da qualcosa, no? Sono andato in comune, all’ufficio anagrafe, all’ufficio delle entrate, all’asl.

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Tante carte, tante firme, sotto un sole insolito. E quanto stupore, ancora, per l’ennesima volta nello scrivere il mio cognome seguito dal tuo nome: Alice, nata il 09/01/09. Tanti sorrisi, si incrociano alla mia ormai collaudata espressione da fesso.

Innamorato della vita. E della mia principessa.

…ieri sera

pianto.jpg…ieri sera ho scritto ad un amico, lamentandomi distrattamente delle noie al lavoro, senza sapere che da 10 giorni vive in ospedale, per curare la sua bambina di un mese più vecchia di te, per un problema che ancora non sanno riconoscere.

E ho pianto! Perchè non avevo capito!

Non avevo capito che la salute di un figlio è un bene imprescindibile, dal quale dobbiamo fare i conti prima di ogni cosa. Tutto è cambiato nella mia vita, bambina mia. Proprio tutto…

novegennaioduemilanove. part III

Torno a casa.

Il pagliaccio Ronald McDonald mi aiuterà a raccogliere un pò di energie e calorie (forse troppe): McBaconBigtastymenùmedioconcocasenzaghiaccio = 6.70 euri.

Quindi: McDonald sul divano, Tezzuia arrotolato sul suo cuscino che annusa e chiede lei dov’è (non sa ancora che da oggi in questa casa ci saranno due LEI), partita NBA alla tv, l’albero di Natale spento (ormai se n’è andata ache la befana)!

L’ultimo rutto, liberatorio, e con la testa appoggiata al cuscino del bracciolo lascio che Morfeo si impadronisca dei miei sensi. Gioco-Partita-Incontro. Tutto si spegne, nella più silenziosa ed inspiegabile solitudine che abbia mai provato. Mi mancate, tu e la mamma, ma questo già lo sapete…

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Mi sveglia un canestro di non so chi, ma non è la partita di prima. E’ un’altra partita. Sono sul 67 a non so quanto per non ricordo chi. Ma che ore sono? Le 05 e 27!!! Che notte assurda!!!

Seguìto da Tezzuia assonnato ed imbronciato me ne vado a letto a spender nel miglior modo possibile le ultime 2 ore di questa strana notte prima di raggiungere la mia regina e la mia principessa; io, re del castello, la corona appoggiata sul comodino, il cane reale coricato sulle ginocchia, dormo, stradormo, iperdormo, supermaxidormo. Sul mio immenso trono.

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Le notti da solo un pò fanno pura e un pò fanno sognare. A quello che sarà, con te qui, in questa casa, in questa stanza…

L’ospedale per i prossimi 4 giorni sarà il nostro resort. Caldi e confortevoli bungalow nel più incredibile dei viaggi. Servizio a 5 stelle lusso, e a parte qualche minestra scotta, la mamma finalmente può sprofondare in un paio di gustosissime fette di prosciutto crudo, dopo un astinenza che la penitenza della gravidanza le ha imposto.

Giornate intense, visite aspettate ed inaspettate; tutti a rendere omaggio a te, principessa, nuova vita su questa terra sonnecchiosa.

La mamma lentamente sta superando la tristezza iniziale per aver dovuto rinunciare ad un parto naturale. Perchè cos’è stato? Ci domandiamo. Un parto innaturale?! Da qui la consapevolezza di una comunicazione sbagliata, di tante parole dette e sentite dire senza un senso, senza una consapevolezza del loro reale peso. Parole con l’unico scopo di portare la gente (io e mamma) a sognare di eventi epici e romanzati, ma che di romanzo hanno ben poco, nascondendo una realtà, questa è la nostra esperienza, che coinvolge la metà delle mamme. Il cesareo non è un parto di riparazione, ci ripetiamo; è stato l’unico modo possibile per metterti al mondo. E allora a che servono tutti quei quadretti, tutte quelle chiacchiere e addirittura tanti sensi di colpa? Probabilmente a qualcuno servono…

novegennaioduemilanove. part II

…ricordo bene: non siamo entrati immediatamente in sintonia, tu ed io.

Tu, nella tua casetta di vetro, tu così grande, tu così rosa, così silenziosa; eri per me un essere totalmente nuovo per potermi lasciare andare; io? troppo impreparato, troppo poco tempo per elaborare. Oh, noi capricorni…

Poi ti ho studiato, ti ho annusato, tu hai studiato me, mi hai annusato. Ho ascoltato il battito del tuo cuore, il dolce profumo del tuo alito, il soffio del tuo respiro e tu il mio. La tua macchia sul viso come una pennellata di arte pura in un opera già perfetta! Abbiamo chiacchierato un pò, tu ed io, soli, in quella stanza così calda, il lago blu, alle nostra spalle, godeva del bianco sole di gennaio.

La Mamma! Eccola! I baci delle nonne si riversano sul suo letto come la neve sulle campagne di questo inverno così gelido.

Piange, la mamma. Piange di gioia, e un pò di paura, e un pò di dolore.

   “E’ sana?” Ripete. La sua unica preoccupazione!

(Certo che è sana, vorrei rispondere, ed è meravigliosa, ma le parole si strozzano in gola, senza potersi far sentire, soffocate dalla commozione.)

   “…è meravigliosa” rispondo solo qualche istante dopo. E quell’aggettivo, “meravigliosa”, pare stamparsi nell’aria come una convenevole risposta, dettata dall’occasione. Ma era la verità: eri davvero meravigliosa, dolce Alice.

Rimango di nuovo solo, per un breve attimo, il tempo di sistemare mamma nella stanza 320, letto 14, mentre tu dormi leggera oltre quel vetro. Dov’è Alice? Dov’è mamma? Poco più tardi, Si riapre la porta e un angelo vestito di bianco mi invita ad entrare: “prego, ora può entrare…”.

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Entro nella penombra della stanza, fuori ormai è buio.

   “ciao Amore mio…” piango

   “…sei stata bravissima” piango.

E anche questa volta non è un ovvia frase di convenienza. La mamma è stata bravissima: ti ha accudito per 9 mesi dentro il suo corpo, e del suo corpo ti ha protetto e alimentato, coltivando il sogno di vederti nascere con un parto naturale, che non è mai arrivato, e che in pochi secondi si è dovuto trasformare in un ingombrante e doloroso taglio sull’addome. Da lì ti ha messa al mondo. Tanto bella.

Passano le ore; mamma ed io lentamente ritroviamo la nostra complicità, mentre fuori la luna limpida come non si è mai vista, disegna giochi di riflessi nel lago nero. Entri nella stanza, accompagnata da una cicogna che sorridente ti presenta alla mamma. Finalmente vi potete conoscere. Finalmente vi potete annusare. Finalmente.

Non mi resta che andare, con il sapore della gioia negli occhi di mamma. Le altre miriadi di emozioni non le sto a scrivere: troppo difficile farti capire cosa ho provato. Impossibile farlo a parole.

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novegennaioduemilanove. part I

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aspetto in piedi, davanti agli ascensori rossi che si aprono, e poi si chiudono, almeno un milione di volte. Con gli occhi guardo l’uno, poi l’altro e scommetto: è lei! E’ lei! Stavolta è lei…

Laggiù, in fondo al corridoio, una termoculla, una piccola casetta di vetro, lentamente rotola verso di me. Ma da dove arriva?

La mamma non c’è. Anche lei, ormai poco più di un ora fa, inghiottita da questi stramaledettissimi ascensori rossi. Certo che non c’è: è giù, in sala operatoria. Perchè ha dovuto rimediare al cesareo. Perchè non volevi arrivare, e allora i medici hanno deciso per il male minore, per te e per lei.

Rotola, la casetta di vetro. Lentamente una porta, lentamente una seconda…

   “come si chiama?” chiedo, prima di guardarvi dentro, prima di affezionarmi, per capire se sei realmente tu.

   “dunque vediamo…” mi risponde la gentil cicogna di verde vestita guardando al braccialetto bianco legato al tuo minuscolo polso.

   “Alice!”  

ECCOTI! Tutto il mondo si sgretola, e già lo so, nulla più, da questo istante sarà più come prima. Ogni certezza se ne va a farsi revisionare dal mio cuore, troppo gonfio per abbracciare tutto. Trattengo il respiro, o forse è il contrario. Forse, e me ne accorgo solo ora, è il respiro a trattenere me. E non rido, non piango. Rimango lì, inebetito, davanti alla termoculla, dentro la termoculla.

   “ora dobbiamo andare…” mi tranquillizza la cicogna.

   “…tra 5 minutini la chiamiamo per il bagnetto”

5 minutini. Voleva forse dire 5 minutoni. La violenza della nostra separazione è superiore ad ogni mia ragionevole e consona aspettativa ma non posso che lasciarla andare oltre una larga porta blu. Il maniglione, rosso, scatta. Comincio ad odiare questo colore. Dov’è Alice? Già mi manca.

Le lacrime faticano a scendere e si inchiodano lì, come quadri alle pareti. Un abbraccio, poi un altro, poi un altro ancora. Poi tante lacrime bagnate, sulle mie guance. Lacrime non mie. La nonna, l’altra nonna, il nonno, la zia. Manca un nonno: lo chiamo subito…

   “Pronto papà? Sono io. Allora sei pronto a diventare nonn…” Ma non finisco la frase.

Perchè non ci riesco. Perchè tutte le lacrime scendono, cavolo, tutte ora. Tutti i quadri si staccano dalle pareti e giù per terra, vetri dappertutto. Forse perchè solo ora prendo coscenza di quello che sta per succedere. Forse perchè solo ora capisco che in questo preciso istante non sono più il figlio di mio padre, ma il padre di mia figlia. Come in un passaggio di consegne. Come in un incoronamento. Un investitura…

Ancora non mi chiamano. Aspetto 5 minutini e poi vado. Anzi no, 2, anzi no, 1 minutino. Anzi no, vado!

   “…permesso? posso veder mia figl…”

Non finisco la frase. Nemmeno stavolta. Perchè come apro la porta tu sei lì, davanti ai miei occhi, davanti alle mie gambe, alle mie mani, alle mie ginocchia, che inconsolabilmente tremano. Rido, chino la testa di lato, come per entrare meglio nel tuo debole campo visivo, come per entrare nella piccola fessura che apre la casa di vetro al mondo intorno; mi faccio coraggio ed entro, silenziosamente mi appoggio al vetro. Piango.

   “Mi scusi. Lei non può star qui…” mi rimprovera la cicogna di verde vestita.

   ” echissenefrega! Taci, uccellaccio!” penso tra me e me!

   “si lo so…” rispondo invece garbatamente

   “…un minutino solo…”

O 5;  o 10; o un’infinità di minutini… Le cicogne mi girano intorno e pare si siano abituate o rassegnate alla mia presenza. Io non do fastidio: me ne sto qui, anche tutto il giorno se posso, a guardare i tuoi occhi, le tue labbra. A guardarti dormire, ad aspettare che ti svegli.

   “ciao amore mio…” sussurro.

   “…sono il tuo papà”. (Papà. Ho avuto 9 mesi di tempo per prepararmi a questa parola, ma evidentemente in tutto questo tempo sono solo riuscito a decidere il colore della carrozzina.) 

Non sembri interessata alla mia voce: i 20 cm che ci separano rappresentano una distanza siderale per i tuoi piccoli occhi blu.

Poi bagnetto, poi tutte quelle creme, poi tutti quegli oli che tra poco imparerò i loro nomi a memoria.

   “Eccola Alice, tutta profumata…” Una seconda cicogna, molto più simpatica della cicogna addetta alla casa di vetro, alza il mio piccolo re leone al mondo intero che festante si inchina alla sua bellezza e in maniera quasi solenne me lo consegna.

   “adesso stai un pò con papà, intanto che la mamma sale dalla sala operatoria.” Dice con tono leggero.

O MIO DIO! Incastro le mie braccia in maniera innaturale, sollevo le spalle, contraggo gli addominali, i deltoidi, e per ultimo, sia mai, anche un pò i muscoli delle caviglie. Come il gioiello più prezioso la cicogna mi appoggia il tuo corpicino leggero nel soffice catino creato con le adeguate contorsioni dei miei polsi. Le tue guance, i tuoi occhi, piccoli, blu, scintillanti. Il tuo profumo. I tuoi capelli, non rossi, ma ramati, così mi suggerisce la cicogna. Le tue sopraciglia, appena visibili, bionde. Una dolce macchia, sul tuo viso, di un colore poco più intenso della tua carnagione ti scende dalla fronte, creando una sorta di freccia rivolta verso il basso, proprio verso il centro delle sopraciglia, quasi ad indicarmi: eccolo qui, il centro del mondo!

   “…tra qualche settimana se ne andrà via…” mi tranquillizza la cicogna.

   “…ma ora vi lasciamo soli, avrete tante cose da dirvi…”.

Rimaniamo soli. Tu ed io, per la prima volta, entriamo l’uno nella vita dell’altra. E’ il mio compleanno oggi; che straordinaria fatalità.

Tra poco mamma arriverà…

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